Condividere un cambiamento è invogliare al cambiamento

Condividere un cambiamento è invogliare al cambiamento

Sasso che rotola non fa muschio.

Non ho mai amato molto i proverbi: con il loro carico di saggezza popolare immutata nel tempo portano l’eco di quel “Si fa così perché si è sempre fatto così”, che del cambiamento è nemico. Questo però fa eccezione, tanto che l’avevo scelto come motto su Facebook, i primi tempi, quando ancora si scriveva in terza persona.

Forse perché mi riportava a una musica – no, non quella del gruppo che così facilmente ricorda, ma a una canzone di Bob Dylan di tanti anni fa:

How does it feel, how does it feel?
To be without a home
Like a complete unknown, like a rolling stone.

Mi viene in mente perché, pur lontana dall’atmosfera cupa e dalla drammatica storia della protagonista della canzone di Dylan (ispirata, pare, alla vita tragica di Edie Sedgwick), è proprio così che a volte mi sono sentita, dopo aver abbracciato un cambiamento. Cambiare città, lavoro, abitudini, amici; strappi a volte dolorosi e difficili. In cui provi a tenere insieme tutti i pezzi e ti chiedi chi te lo ha fatto fare. Stavi così bene dov’eri, circondata da certezze, affetto e abitudini piacevoli: quella confort zone nemica di ogni crescita. Perché se mi guardo indietro e osservo in fila tutti i cambiamenti che ho fatto, dalla laurea a oggi, anche quelli sbagliati, so con certezza che mi hanno reso migliore, più forte, che mi hanno fatto evolvere.

In questi anni mi sono occupata molto di cambiamento all’interno delle aziende, nel campo del digitale. Ho lavorato e lavoro ancora per portare nei team non tanto gli strumenti tecnologici – per imparare quelli, basta mezza giornata e un po’ di concentrazione – quanto un nuovo modo di pensare e lavorare. Di far entrare il digitale nel flusso del lavoro, così come è già entrato trionfalmente nelle nostre vite. Di non considerarlo altro da noi o, peggio, il coacervo di tutti i mali, ma un alleato importante, fondamentale. Ho avuto in cambio diverse reazioni, dal muro contro muro, al moderato interesse, alla curiosità genuina. Ma al di là dell’umana resistenza al cambiamento, quello che mi ha colpito di più è quanto sia difficile portare avanti le novità, farle progredire, attecchire. Va tutto liscio nelle ore di aula, durante le esercitazioni, le discussioni: la formazione, se fatta bene, è un momento pieno e gratificante. Ma se non viene poi applicata resta un momento isolato, una sospensione dal quotidiano; non riesce a contaminare la vita professionale. Perché il problema, una volta tornati alla routine, è non farsi schiacciare dalle solite incombenze, dalla modalità pilota automatico, ancora dal “Si fa così perché si è sempre fatto così”.

Recentemente ho editato il libro di un’amica ed ex collega, Giovanna D’Alessio, senior coach esperta di cambiamento. AEquacy: Il nuovo modello organizzativo centrato sull’uomo per prosperare in un mondo complesso, questo il titolo, parte da un presupposto: l’82% delle grandi aziende si sta riorganizzando, lo ha fatto recentemente o lo farà a breve. Il 92% considera fondamentale ripensare il proprio modo di lavorare. Ma solo il 19% è convinto di avere la cultura giusta per cambiare (Dati The New Organization: Different by Design, Deloitte, 2016). E probabilmente ha ragione, dato che svariate altre ricerche, meno recenti ma mai confutate, chiariscono che il 70% dei cambiamenti aziendali è destinato a fallire. La soluzione? Secondo D’Alessio, una nuova organizzazione non gerarchica, basata su team che si auto-organizzano. E, soprattutto, dove la comunicazione è libera e le informazioni non sono tenute segrete ma sono liberamente accessibili a chiunque.

Lo stesso auspicio di Elon Musk, nella mail ai suoi dipendenti, in cui si augura (meglio: impone) che in Tesla chiunque possa parlare con chiunque:

Anyone at Tesla can and should email/talk to anyone else according to what they think is the fastest way to solve a problem for the benefit of the whole company. You can talk to your manager’s manager without his permission, you can talk directly to a VP in another dept, you can talk to me, you can talk to anyone without anyone else’s permission. Moreover, you should consider yourself obligated to do so until the right thing happens. 

La comunicazione libera e accessibile come motore del cambiamento? Direi proprio di sì, a tutti i livelli. Avere le informazioni giuste – nella vita, in azienda – ci permette di progettare e vivere il cambiamento con meno ansie. Di più: ci ispira e motiva. Per cui, continuate, continuiamo a condividere le esperienze: dall’archetipico chiringuito ai Caraibi a chi passa da dipendente a libero professionista a chi smette di fumare o perde 10 chili grazie alla forza di volontà. Ogni condivisione utile e necessaria per qualcuno che aspetta un segnale nel chiuso nella sua confort zone. E siccome ho sempre voglia di cambiare, non vedo l’ora di ascoltare le storie di cambiamento che andranno in scena a InspiringPR.

© 2018, FERPI

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