Sopravvivere alla frenesia occidentale con la deserto-terapia: il segreto di Ibrahim Kane Annour

Sopravvivere alla frenesia occidentale con la deserto-terapia: il segreto di Ibrahim Kane Annour

Quando è salito sul palco di InspiringPR Ibrahim Kane Annour ha da subito rapito l’attenzione e gli sguardi dell’intera platea, sia per l’abbigliamento, composto da una tunica verde acceso e dal tagelmust, il tipico velo tuareg indossato come un turbante, sia per la personalità travolgente.

L’autore de “Il deserto negli occhi” ha raccontato con autoironia e spirito cosa sia stato per lui l’incontro con una cultura completamente diversa dalla sua, quella italiana. Dalle profondità del deserto del Sahara a Pordenone, ascoltare Ibrahim Kane Annour significa sentirsi parte di un’avventura, la sua, e comprendere quanto profondamente possa rivoluzionare l’esistenza l’incontro con una cultura diversa dalla propria.

I tuareg, un popolo che ha fatto del deserto la sua casa, sono una comunità che si divide fra Burkina Faso, Mali, Algeria, Libia e Niger, Paese dal quale proviene Annour. Tribù tradizionalmente nomade, il loro nome tradotto significa “abbandonati da Dio”.

Ibrahim Kane Annour era una guida turistica del deserto: suo padre e suo zio gli avevano insegnato ad orientarsi, aveva continuato la tradizione di famiglia, accompagnando i turisti occidentali per le terre desertiche. Quando li vedeva arrivare, a tutti gli agi e le comodità, gli veniva ogni volta spontaneo chiedersi: perché lo fanno? Solo poi capiva: venivano per provare la “deserto terapia”.

I serrati ritmi occidentali, il tempo scandito dalle lancette dell’orologio, l’incessante ticchettio che regola ogni istante della nostra vita nel deserto non c’è. Non ci sono scadenze da rispettare, termini improrogabili, non c’è la causa primaria del nostro stress.

“Chi va nel deserto riesce a scaricare la mente, e poi non vuole più tornare a casa”, ha raccontato Annour.

E a lui? A lui piaceva la vita nel deserto, con la sua famiglia, i suoi tempi e la sua quotidianità, ma vivere nel deserto implicava delle difficoltà, come procurarsi l’acqua, troppo spesso inquinata dalle multinazionali europee. “L’Africa perdona, ma non dimentica” ha ricordato Annour. Stanchi di soffrire per colpa dell’inquinamento dovuto al trattamento dell’uranio, la tribù tuareg del Niger decise di ribellarsi dando il via ad una rivoluzione, sedata con la forza dal governo. Era il 2006, e per salvarsi dalle torture e dalla prigionia toccate agli amici e al padre, Ibrahim decise di fuggire e chiedere asilo politico in Italia.

L’arrivo in Italia per Ibrahim è l’incontro con una cultura completamente diversa, dai ritmi veloci e dalle tante regole nuove tutte da imparare. Ridendo ricorda di come non fu facile mettersi alla guida: “luci rosse, luci verdi, cosa sono?”. Ibrahim non aveva mai visto un semaforo.

Le difficoltà da affrontare però sono nulla al confronto con i problemi di natura burocratica che incontra per poter portare nel nostro Paese la sua famiglia. Dopo un iter durato anni, Annour riesce finalmente a ricongiungersi con la famiglia, ora vivono a Pordenone nella più grande comunità tuareg in Italia: sono “addirittura” in 42, sottolinea ridendo Ibrahim.

L’intervento di Annour è stato leggero ma incredibilmente potente, ha portato ognuno di noi a riflettere sulla nostra quotidianità, sul fatto che siamo schiavi del tempo e su come sia auspicabile rallentare, trovare il tempo da dedicare agli amici, alle persone, all’osservare. Ha fatto pensare alle difficoltà dell’incontro tra culture ma anche a come questo incontro sia fonte di arricchimento.

Ed è con un pezzetto di deserto negli occhi, i nostri, che ci ha lasciato Ibrahim Kane Annour, ultimo speaker a salire sul palco della quarta edizione di InspiringPR.

 

di Laura Panza

 

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