Abitare i media, raccontare l’esperienza

Abitare i media, raccontare l’esperienza

di Sergio Baraldi

Ferpi torna il 20 con InspiringPR dedicato all’incontro con uno sguardo differente: rappresentare la comunicazione dal basso.

Torna Ferpi con il festival InspiringPR il 20 maggio a Venezia sul tema dell’incontro, una iniziativa che suscita interesse per la sua formula innovativa. InspiringPR è il festival che più di ogni altro ha investito sull’esperienza come luogo cruciale della comunicazione. Le altre manifestazioni tendono verso una visione top down della comunicazione, il modello di Ferpi preferisce invece rappresentatarla in una prospettiva bottom up. Non a caso, i suoi referenti insistono sul ruolo del vissuto nelle presentazioni dell’evento. La diversa prospettiva indica una scelta rilevante.

La crescita dei social network, come ha spiegato Jenkins (1), ha consentito di sperimentare forme di partecipazione e di condivisione di informazioni e di pratiche di intrattenimento sempre più diffuse. Le produzioni da parte degli utenti di capitale sociale e simbolico si è moltiplicata. E questa dinamica, secondo la Mazzoli (2) ha impresso una svolta: è cambiato il modo di comunicare. Non si tratta più di utilizzare i media, ma di abitarli. Il fenomeno delle comunità virtuali ne è una conferma. Se si osservano i media dal lato dell’audience, è chiaro che con i social network gli individui possono riappropriarsi della rappresentazione e della narrazione dei loro vissuti. La produzione e distribuzione di contenuti personali e originali ha inaugurato quella che Castells ha definito l’auto comunicazione. Lo sguardo dei professionisti di Ferpi tende a essere quello che in sociologia si definisce un’osservazione di secondo ordine: vedono e vivono le esperienze di lavoro con gli occhi dell’altro, vale a dire del loro pubblico. È una posizione che li assimila, sia pure con un’ottica differente, al giornalismo.

La creazione di interpetazioni e di significati da parte degli individui ha innescato una disintermediazione (una riduzione del ruolo degli intermediari nel flusso comunicativo), i cui effetti si fanno sentire. I mediatori per eccellenza, i giornalisti e i dirigenti delle imprese editoriali, hanno visto restringersi il loro spazio di intervento e la loro credibilità. Il protagonismo dell’audience ha modificato i criteri di selezione, di rilevanza, di autorevolezza e allargato la distanza tra l’agenda dei media (e dei giornalisti) e quella dei cittadini. Così i mediatori faticano a dire qualcosa di nuovo sulle trasformazioni in atto. È cresciuta la capacità di analisi dell’alta ricerca, quella delle università o dei laboratori delle grandi aziende globali, mentre ha acquistato valore la dimensione dell’esperienza. Le tecnologie interattive consentono a chiunque di partecipare alle narrazioni dei vissuti degli altri leggendole, rilanciandole, integrandole con i nostri vissuti. La costruzione condivisa del flusso di conversazione e dei significati, è così diventata la linea avanzata della comunicazione.

InspiringPR ha stabilito dall’inizio una preferenza per il racconto dei vissuti. Del resto, i giornalisti rischiano la disintermediazione perché riflettono la logica mainstream dei media, che non riesce a interiorizzare il rovesciamento di senso avvenuto nella sfera pubblica. Essi sono ancorati a una visione top down. Ferpi tenta di decodificare il cambiamento dal basso. Anche quest’anno tra i vari ospiti interessanti ve ne sono alcuni, come il sacerdote don Alessio Geretti, la scrittrice Irene Graziotto, l’imprenditore Daniele Lago, il musicista Milton Masciadri, l’autore teatrale Massimo Cirri, che offriranno attraverso le loro esperienze chiavi di senso. Dal basso.

La tendenza, secondo la Mazzoli, è che l’informazione sia calata nuovamente nel processo relazionale. In troppe manifestazioni dedicate alla comunicazione prevale la logica mainstream, che riesce a rappresentare un solo pubblico. E se vi sono differenze esse vengono incluse al suo interno, come se fossero variazioni di un unico tema. Anche per questo si vedono spesso le stesse slide, le medesime diagnosi. Del resto, i media mainstream non sono generalisti? Habermas (3) ha spiegato che la sfera pubblica borghese al suo nascere aveva esattamente queste caratteristiche.

 

La nuova sfera pubblica: auto rappresentazione e auto narrazione

La nuova sfera pubblica segue altre tendenze. Non è generalista. Non possiede una omogeneità di fondo. Più che assimilare produce identità. Dovremmo parlare di pubblici diversi, di differenze che non si fanno più rappresentare negli stessi modi, attraverso gli stessi linguaggi. Si ascolta ancora poco la rete delle relazioni e delle interazioni. InspiringPR, invece, mette in scena le relazioni e gli incontri, le differenze e le storie. Il filo che unisce i frammenti è la comunicazione bottom up, che si riappropria della sua autonomia.

Vista dal lato della comunicazione mainstream, la sfera pubblica è una dimensione di fronte alla quale l’individuo è costretto a scegliere: può selezionare i contenuti o identificarsi in essi. E si tratta sempre di contenuti prodotti dall’alto. Il sociologo Luhmann (4) forse direbbe che si tratta di un ulteriore passo nel processo di astrazione e generalizzazione. Ma l’urto della frammentazione della società e la sua progressiva differenziazione hanno messo in crisi questo schema. Castells (5) ha descritto l’avvento dell’auto comunicazione in cui tutti i mittenti sono anche destinatari. E i destinatari sono mittenti.

I social network hanno segnato un’ulteriore discontinuità. La rappresentazione non è più una funzione esclusiva dei media mainstream. Gli individui hanno scoperto che l’auto comunicazione consente alle persone di auto rappresentarsi dopo avere interiorizzato, nei decenni precedenti, il linguaggio dei media. Secondo Boccia Artieri (6), grazie alla rete gli individui sono diventati consapevoli di non essere più oggetto della comunicazione, ma il soggetto. Si è rovesciata la posizione del singolo. È un’operazione, avverte Castells, nella quale cambia lo stesso equilibrio di potere della società. In un gioco di specchi, il sistema si è accorto che comunica con un pubblico connesso, differenziato, che si rappresenta da solo. Sono i pubblici connessi, i networked publics, che il marketing e le imprese hanno presto individuato. Una dirompente personalizzazione di massa mostra i suoi effetti. In questo contesto, l’esperienza ha acquisito nuova centralità.

 

La crescente riappropriazione della soggettività

Gli individui hanno imparato, per esempio, che i fatti privati possono diventare il contenuto di una comunicazione pubblica. Il confine tra privato e pubblico svanisce. Il risultato è che nella rete le pratiche sociali offrono alle persone possibilità inedite: utilizzare le nuove tecnologie per il processo di disintermediazione (che colpisce giornali, politica, catene di distribuzione); l’appropriazione da parte dei singoli di linguaggi e contenuti mediali che ora possono essere auto prodotti (user generated content).

I pubblici connessi attuano così un rivolgimento dell’ordine mediale ereditato dal tempo dei mass media. Giornali e tv avevano costruito una modalità rappresentativa della sfera pubblica, che implica un’idea verticale della società. I social network aprono la possibilità di un’auto rappresentazione degli individui, che si osservano in modo orizzontale. E che diffidano dell’asse verticale. La sfera pubblica non è più astratta e generale. Si differenzia. Cala l’astrazione nell’esperienza delle persone. I social diventano luoghi di relazioni e di legami che ormai si abitano. Non si tratta più di affrontare i temi pubblicizzati dai media mainstream, i temi possono diventare pubblici a partire dai vissuti degli individui, spesso ripresi dai media in una logica bottom up. L’industria culturale ha marginalizzato questa dimensione, ma ora essa conquista il centro dello schermo. Una forma di democratizzazione non gestita avanza, trascinando con sé rischi, incognite, problemi.

La rete dà voce alle relazioni sociali plurali e la forma più ricca per riuscirvi è la narrazione. Il punto è che l’individuo che produce racconti da sé non utilizza solo il proprio sguardo, ma assume quello del lettore. Il soggetto, cioè, comunica pensando di relazionarsi con un pubblico. Rappresenta il suo vissuto come se fosse egli stesso un media. Come fanno i media. Le persone oscillano dentro e fuori i propri vissuti, mettono in relazione la propria realtà e la propria narrazione, hanno continuamente davanti la propria audience personale. Si tratta di un processo complesso, che fa emergere la crescente riappropriazione della propria soggettività da parte degli individui.

Le persone però non si limitano a mettere a confronto, come nel passato, le proprie esperienze con i modelli diffusi dai media (dal cinema alla tv), imparando che la vita è altrimenti possibile. Sui social gli individui costruiscono proprie sceneggiature di vita, immaginano trame di vissuti, “teatralizzano” e producono identità. Ciascuno diventa il pubblico dell’altro. L’anello di congiunzione, rammenta InspiringPR, è l’incontro-relazione che innesca l’esperienza. E che raccontiamo alla nostra audience quotidiana.

 

Fonti

  1. H. Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, 2007.
  2. L. Mazzoli, Il patchwork mediale, FrancoAngeli, 2017. Inoltre: Network effect, Codice, 2009.
  3. J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, 2008.
  4. N. Luhmann, R. De Giorgi, Teoria della società, FrancoAngeli, 1992.
  5. M. Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi Editore, 2009. Inoltre: Reti di indignazione e speranza, Università Bocconi Editore, 2012.
  6. G. Boccia Artieri, Stati di connessione, FrancoAngeli, 2012.
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